lunedì 15 novembre 2010

VIAGGIO IN MAROCCO (OTTOBRE 2010): TERRA RICCA DI FASCINO E SENSAZIONI INTENSE

Se prima di partire per il Marrocco avevo dei dubbi sul fatto che il posto meritasse di farci un viaggio, nel tragitto con il taxi dall'aereoporto di Marrakech alla Medina mi è passato. Il Marocco è un colpo al cuore del viaggiatore, è come fare un viaggio nel tempo di 50 anni in un paese dai mille colori e sfumature, dal caos e dalle tante contraddizioni ma soprattutto per questo più autentico. Quello che colpisce di Marrakech è il caos più totale che regna nelle strade, motorini ovunque che sfrecciano in ogni direzione, con sopra intere famiglie, naturalmente senza casco.




Non abbiamo prenotato niente, ma non sono certo i posti per dormire che mancano, infatti, il tempo di scendere dal taxi che ci vengono attorno persone che ci vogliono portare in Riad (pensioni) di fiducia. Decidiamo di ignorarli e di affidarci all'istinto, cercando di coniugare una sistemazione economica con un posto decente, e quanto più possibile (grande difetto del Marocco) pulito. Ne troviamo uno decente a circa 7 euro a notte, ma si trova anche a meno. In Marocco regola ferrea CONTRATTARE ogni cosa. Lasciamo le nostre cose nella stanza, nel frattempo si è fatto sera, e decidiamo di inoltrarci nella vita marocchina.



A poche decine di metri dal riad c'è la famosa piazza Place Jemaa El Fna, luogo centrale della Medina pieno dalla mattina alla sera di gente. Ci sono persone di ogni tipo, dal cartomante all'incantatore di serpenti, dagli incontri di box improvvisati ai concertini di musica berbera. Decidiamo di mangiare in uno dei tanti chioschini della piazza. Il cibo marocchino è buono, molto a base di verdura e carni bianche. Stiamo attenti a bere acqua di bottiglia confezionata, onde non passare il resto della giornata al cesso. L'indomani ci dedichiamo al giro della città iniziando dal giardino Majorell (bellino ma evitabile) costruito attorno al 1919 dall'artista francese Jacques Majorell.




Decidiamo di continuare la visita puntando a posti più 'marocchini' andando a vedere le tombe 'saudite', il palazzo reale e il quartiere ebraico. Siamo ad ottobre ma la temperatura alle 14 supera abbondantemente i 30°. Mangiamo in un ristorantino carino con vista sui tetti della città pieni di cicogne, panni stesi ed antenne paraboliche. La vera bellezza della città sta nei mille colori, nelle viuzze, nel caos e nella situazione un pò decadente in cui versa.






E' un piacere infatti visitare i souk (mercati coperti) e la Kasbah, vedere (da fuori per i non mussulmani) le moschee come la Kutubya e le scuole coraniche. La maggior parte delle donne gira sensa velo, e le ragazze piacevoli nell'aspetto non disdegnano sguardi. Incredibilmente, nonostante l'estrema confusione di questa città, non ci sentiamo mai realmente in pericolo, anche perchè qui ci spiegano il turista è sacro.





Il terzo giorno decidiamo per partire per un tour in direzione nel deserto in direzione delle dune di Merzuga. Il costo del viaggio 3 giorni e due notti è di circa 90 euro. Con un minibus ci inoltriamo nelle montagne del medio Atlante ed entriamo nella regione Berbera. In queste montagne, talvota alte più di 2000 mila metri, sono arroccati dei villaggetti incredibilmente popolati e con persone vestite in maniera variopinta.







Mi chiedo cosa faranno qui tutto l'anno questa gente, ma la mia domanda forse è troppo da turista occidentale che crede di saper tutto della vita e di come si vive. Scavalcate le montagne arriviamo nella zona desertica, qui il deserto non è come ce lo immaginiamo noi, ma è roccioso. Nelle valli, dove evidentemente scorre dell'acqua, c'è solitamente una vegetazione lussureggiante fatta prevalentemente di palme che contrasta con il paesaggio circostante.



Arriviamo all'ora di pranzo alla cittadina di Ait Benhaddou, un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, resa celebre perchè vi sono stati girati diversi film tra i quali Lorenz d'Arabia e il Gladiatore, ci viene detto che qui vicino è stata girato anche il reality italiano, la Fattoria, mo di questo non ne andiamo molto orgogliosi.







Proseguiamo il tragitto passando per Ouarzazate la Holliwood marocchina, un luogo un pò kitsch con vari studios e un lungo viale con palme rinseccolite. Visitiamo anche un paesino di campagna, dove veniamo fatti assistere ad una dimostrazione di come vengono lavorati i tappeti berberi. Tutto bello per carità ma per alcuni versi molto turistico e molto collaudato, con mancette 'obbligate' alle varie improvvisate guide di turno. Qualcuno del gruppo protesta, ma alla fin fine visto il cambio favorevolissimo con la moneta locale (Dirham) 1/11, e l'estrema povertà della regione berbera, dovrebbero far chiudere un occhio, ma non è così.





In serata arriviamo all'albergo posto nelle gole del Dades, almeno così ci dicono, visto che è buio pesto. L'albergo è carino, sembra pulito, ma il piattolone che esce dalla doccia ci ricorda dove siamo. Si mangia una cena semplice con l'immancabile cous cous con pollo e verdure. Da bravo occidentale mi prendo una birra, imbottigliata così recita la scritta nell'etichetta a Casablanca. L'indomani ci svegliamo circondati da immensi grattacieli di roccia, appunto le gole del Dades.





Veniamo presi per la gola, infatti la seconda tappa del giorno sono del gole del Todra, altrettanto alte ed imponenti di quelle di prima, con un fiumiciattolo, presumo il Todra, che ci passa in mezzo.






Pranziamo in un ristorantino e partiamo con destinazione: le dune di Merzuga. Ma la strada evidentemente è lunga, arriviamo infatti al tramonto, secondo quanto scritto nella brochure ci aspetta una cammellata di un ora fino ad un accampamento beduino nel deserto. Detto fatto ci fanno salire sul cammello e per un ora, con il buio pesto, non ci sono nemmeno le stelle perchè coperte dalle nuvole, ci fanno attraversare il deserto fino all'accampamento. Attimi di adrenalina pura. Arriviamo stremati alla meta, una zona piana con al centro una decina di tende, ci sistemiamo ed aspettiamo per più di un ora che ci venga serivito del cibo. Accanto all'accampamento un gruppo di spagnoli, pardon baschi, venuti in moto e super attrezzati in fatto di cibo e bevande, banchettavano tranquillamente con boccadillos, cerveza ed, incuranti delle usanze locali, super alcolici. Alla fine ci viene servito in un tegamone collettivo del misero riso, con un misero sugo, ma avevamo talmente tante fame che non siamo stati a brontolare.






Nel dopo cena qualche coraggioso ha provato a scalare l'immensa montagna di sabbia che delimitava l'accampamento illuminata da un faro acceso dalle guide, io per pigrizia sono riuscito a fare solo poche decine di metri. Al ritorno fatti prontamente i bisognini nell'oscurità, sono rientrato in tenda e in pochi attimi sono crollato tra le braccia di quel porco di Morfeo. L'indomani sveglia all'alba e finalmente vediamo il DESERTO!! Bello come me lo sono sempre immaginato, con una sabbia gialla con tonalità rossastra. Faccio qualche foto al sole che sale veloce all'orizzone e mi dirigo verso il cammello, visto che ci aspetta una cammellata di ritorno di ben due ore. Non vi dico il male nelle parti basse. Ma lo spettacolo giuro vale due ore di cammello e il mal di palle.










Arrivati al punto di partenza, decidiamo assieme agli altri tre campagni di viaggio di congedarci dal resto del gruppo per dirigerci con bus di linea a Fes dove avevamo prenotato il volo di ritorno. Lasciamo le dune di Merzuga contenti dell'esperienza, tutt'attorno osservo spuntare come funghi le fondamenta di nuove costruzione, probabilmente alberghi. La modernità piano piano sta arrivando anche qui, magari siamo arrivati in tempo per non vedere la Disneyland del deserto. Veniamo lasciati dall'autista del minibus nel paesino di Rissani dove prendiamo il bus locale diretto a Fez. Nel frattempo il cielo si è annuvolato e per poco non vediamo la pioggia nel deserto. I bus locali non sono il massimo e sono affollati, ma non sono molto diversi per quanto riguarda la pulizia ad alcuni nostri mezzi pubblici (treni in primis) nostrani. Il viaggio di 11 ore è stato estenuante ma bello. Abbiamo visto laghi, montagne, pianure desertiche, paesini fuori dalle rotte turistiche, un mosaico bello e intenso. Per non parlare della pioggia che ci ha accompagnato a fasi alterne per tutto il tragitto. Alle 21 circa siamo arrivati sfiniti a Fes. Desiderosi di più tranquillità per gli ultimi due giorni di vacanza, abbiamo optato per un albergo più 'normale' che comunque è costato 15 euro a persona. Il giorno seguente, sotto una pioggia battente, abbiamo girato Fes con i suoi tanti mercati e le famose concerie. Quest'ultimi luoghi, che ricordano tanto un girone dantesco, sono sicuramente l'immagine più suggestiva di questa città. Non ci sono problemi ad individuarle tra i dedali di viuzze, interamente adibite a mercato della Medina, infatti, saranno le persone del luogo che, una volta capita la vostra nazionalità, vi trascineranno nelle terazze panoramiche che danno sulle concierie; naturalmente passando per bazar strabordanti di oggetti di pelle di ogni tipo e colore.









Noi vediamo la concieria di Chouara una delle più antiche e 'belle'; prima di uscire nella terrazza ci vengono date delle foglie di menta, ci spiegano da mettere vicino al naso per sopportare meglio l'odore. Lo spettacolo è impressionante, ci sono decine di vasche: una parte di colore bianco le altre stracolme di liquido colorante. Ci viene spiegato come nelle prime sono piene di calce viva, dove il pellame viene ammorbidito, mentre le altre sono piene di colorante mischiato a escrementi di piccione e urina di mucca che servono come 'ammorbidente' naturale. All'interno, manco a dirlo, dei poveri cristi che passano tutto il giorno a lavorare la pelle ed a rovinarsi la salute, con il turista che in stile zoo li fotografa e li osserva con un misto tra il divertito, lo stupito e lo schifato. Alla fine a discrezione della persona si possono comprare oggetti di pelle, io prendo una borsa pare di cammello, tenuta successivamente per due settimane nel terrazzo, ma di casa mia, a toglierle il puzzo di dosso.




Per il resto Fes, come ho accennato è tutto un mercato (souk), da vedere ci sono le famose scuole coraniche, ma come per Marrakech penso che il bello delle città marocchine sia l'atmosfera e l'insieme che si osserva. Mi è saltato all'occhio come ci sia un gocciolino in più di ordine rispetto a Marrakesch, ma è relativo, invece dei motorini per le straduzze qui si vedono sfrecciare asinelli stracarichi di roba. La sera decidiamo di visitare la Ville Nuovelle di Fes (città nuova), presente in tutte le città del Marocco e testimonianza della colonizzazione francese. Di fatti a primo impatto pare di essere in un quartiere periferico della Francia del sud, al ristorante si spende pochissimo rispetto ad uno della Medina (3 euro) e capiamo come in realtà il mondo del turista e quello della gente comune sia parallelo ma separato. Troviamo anche un negozio d'alcol, che all'orario di chiusura era pieno zeppo di gente. Il giorno dopo è quello della partenza, affittiamo un taxi abusivo, che con un prezzo economicissimo ci fa provare le ultime emozioni in terra marocchina con una gincana in mezzo al traffico, condito con semafori rossi ignorati e strade prese in contromano. Arriviamo all'aereoporto di Fes piccolo ma carino, l'Italia ci aspetta, che dire? Per esser stata una vacanza breve abbiamo visto tanti bei posti, siamo stati a contatto con un popolo che ha un modo di vedere la vita diverso dal nostro, sicuramente molto meno agitato e ansioso, senza quelle tante regole che ci fanno credere di essere più civili. Probabilmente non ci vivrei mai, ma nemmeno ne sono restato schifato, e ad essere sinceri l'Islam che ho visto in Marocco non mi è parso un mostro anche se sicuramente per certi aspetti, come i diritti delle donne marocchine (molto belle), devono riuscire a fare dei passi avanti. Il Marocco merita un viaggio? DECISAMENTE SI.

venerdì 14 maggio 2010

ROBERT KENNEDY: DISCORSO SUL PIL



Università del Kansas - 18 marzo 1968 - Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette,e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missilie testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione dellapeste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte,e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la soliditàdei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pilnon misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza,né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò cherende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non sepossiamo essere orgogliosi di essere Americani.
P.s. traduzione ripresa dal blog di Beppe Grillo.

Versione inglese trovata su Wikipedia.org
The gross national product includes air pollution and advertising for cigarettes and ambulances toclear our highways of carnage. It counts special locks for our doors and jails for the people whobreak them. GNP includes the destruction of the redwoods and the death of Lake Superior. It growswith the production of napalm, and missiles and nuclear warheads… it does not allow for the healthof our families, the quality of their education, or the joy of their play. It is indifferent to the decencyof our factories and the safety of our streets alike. It does not include the beauty of our poetry orthe strength of our marriages, or the intelligence of our public debate or the integrity of our public officials.It measures everything, in short, except that which makes life worthwhile.
Più rivoluzionario di Che Guevara, essendo Kennedy un senatore americano.Forse non è una coincidenza che ne abbia condiviso la fine tragica.

venerdì 23 aprile 2010

CHATROULETTE : DIFORONI ONLINE CASUALI E PER TUTTI I GUSTI



Chatroulette l’ultima tendenza degenerativo/trash che naviga nella rete. Basta accedere al sito: http://www.chatroulette.com/ per venire catapultati casualmente con la vostra immagine nel computer di uno sconosciuto utente: da qui il nome chatroulette. Per di più gli utenti sono: diforoni allo stato puro, gruppi di ragazzi in cerca di svaghi alternativi, masturbatori online, qualche ragazza ogni tanto (anche carina), insomma domina l'utente scazzone. La chat roulette è in funzione da circa 9 mesi e pare abbia attirato già attirato 30 milioni di utenti. Un successo insperato e incredibile, sopratutto se si pensa che questo il programma è stato realizzato in 3 giorni. Il genietto perverso che lo ha realizzato risponde al nome di Andrey Ternovskiy, liceale diciassettenne russo. Diversi mesi fa Andrey aveva cercato su internet un sito che gli permettesse di collegarsi in video chat con interlocutori scelti casualmente. Dopo aver relizzato che un sito di questo genere non esiste, aveva deciso di crearne uno. È nata così la chat roulette. Una fama planetaria, tanto che il Andrey è stato intervistato persino dal New York Times. Una storia incredibile e con un'idea tanto assurda quanto, se vogliamo azzardare, banale nata per puro svago. Un fenomeno è diventato globale ed in continua espansione, basti pensare che a gennaio il sito è stato visto da 30 milioni di persone, e ogni giorno si aggiungono alla lista 1 milione di nuovi utenti. Ultimamente è apparsa la notizia che il maggior azionista di Facebook sarebbe intenzionato di comprarsi chatroulette, naturalmente inondando di denaro Andrey Ternovskiy.

lunedì 12 aprile 2010

CAMERIERE UN APERITIVO A BASE DI: SPREMUTA DI COCCINELLA!!


Della serie: lo sapevate che? Molte bibite da aperitivo leggermente alcoliche e analcoliche traggono il loro colore rossastro o arancione da questi simpatici insetti (per alcuni portafortuna) appositamente allevati, uccisi, essiccati e tritati. La cocciniglia è un insetto, un vero parassita delle piante alle quali si attacca, si moltiplica all'inverosimile e spesso fa morire la pianta ospite. Chi mai potrebbe pensare di bere un succo di tale insetto? Eppure è proprio quello che ho scoperto qualche tempo fa. Molte bibite sono colorate proprio con un colorante naturale estratto da insetti femmine . La polvere che si ottiene è diluibile in acqua ed è usata comunemente per colorare bibite, dolci, yogurt, salse o per tingere stoffe. Sono necessari circa 2500 insetti per produrre 1 grammo di polvere colorante. Quasi mai le etichette riportano chiaramente l'indicazione di tale colorante, alcune lo indicano con il nome tecnico/burocratico E120. Alcune persone, ad esempio i vegan o i vegetariani, potrebbero ritenere sgradevole o contrario ai propri principi morali o religiosi dissetarsi con una bevanda (o mangiare un dolce) nella quale è presente una sostanza animale. La prossima volta che al bar chiederete un Martini Bitter , un Campari Bitter o un Aperol saprete quindi cosa andreta a bere. Occhio a beccare le antennine!!

lunedì 22 marzo 2010

UNO SCRITTO DI ELSA MORANTE SU MUSSOLINI E GLI ITALIANI TERRIBILMENTE ATTUALE E PIENO DI SIMILITUDINI CON LA SITUAZIONE ODIERNA!!


Roma 1° maggio 1945Mussolini e la sua amante Clara Petacci sono stati fucilati insieme, dai partigiani del Nord Italia. 
Non si hanno sulla loro morte e sulle circostanze antecedenti dei particolari di cui si possa essere sicuri. Così pure non si conoscono con precisione le colpe, violenze e delitti di cui Mussolini può essere ritenuto responsabile diretto o indiretto nell’alta Italia come capo della sua Repubblica Sociale. 
Per queste ragioni è difficile dare un giudizio imparziale su quest’ultimo evento con cui la vita del Duce ha fine. 
Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), la uccisione di Matteotti (1924), l’aggressione all’Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l’Italia era legata da patti (1935),la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938).
Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi.Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti. 
Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani). 
Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto. 
Mussolini,uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine. 
In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano. 
Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso: Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così Mussolini predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così Mussolini con le masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo. 
Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.Pagina di diario, pubblicata su Paragone Letteratura, n. 456, n.s., n.7, febbraio 1988, poi in Opere (Meridiani), Milano 1988, vol. I, pp. L-LI

martedì 22 dicembre 2009

GIORGIO ALBERTAZZI: LA FIRENZE CHE HO VISTO E LA FIRENZE CHE VORREI



“Della mia infanzia a Fiesole è rimasto praticamente tutto scolpito nella mente ed io affettivamente mi considero sempre un fiesolano, infatti, ogni volta che sono a Firenze torno volentieri a visitare i luoghi che mi hanno visto crescere come uomo e debuttare come attore.” Sono parole del Maestro Giorgio Albertazzi che con estremo piacere ricorda Fiesole ed i luoghi in cui da bambino ed in seguito da ragazzo hanno fatto da cornice alla prima parte della vita di questo straordinario artista italiano. “Io sono nato nell'agosto del 1923 a San Martino a Mensola proprio al confine tra Firenze e Fiesole, precisamente nella dependance della villa I Tatti di proprietà dell'illustre critico di storia dell'arte Bernard Berenson perché mio nonno lavorava alle sue dipendenze come maestro muratore. Venni battezzato nella chiesa di San Martino a Mensola, dal prete di allora di cui mi viene in mente solo il soprannome di 'frusta passere'. Ricordo con affetto quando nella mia famiglia si preparava il presepe nell'attesa dell'Epifania che per noi era considerata più importante del Natale. Mia nonna mascherata da Befana faceva finta di entrare dall'alto, ci diceva un discorso su come ci eravamo comportati e poi lasciava in dono i regali. Le elementari le feci alla scuola Armando Diaz di Ponte a Mensola, proprio in questa frazione il cui nome ricorda il fiume caro a Gabriele D'annunzio vi si trasferì la mia famiglia che comprò un casolare in via Madonna delle Grazie”. Sempre in questa verde e amena zona tra Fiesole e Firenze il giovane Giorgio Albertazzi ha mosso i primi passi da artista anche se a livello amatoriale, “A Settignano c'era un teatrino del 500' dove io ho debuttato, ci arrivai con degli amici di Ponte a Mensola, tra cui Franco Ferrini, dopo aver conosciuto Noris Miniati che si occupava della direzione artistica del teatro. Portammo in scena 'L'allegro Principe' di Athos Ori che considero il mio primo vero maestro. In questa occasione ho conosciuto Bianca Toccafondi che divenne mia compagna artistica e per un bellissimo periodo di tempo la mia fidanzata. Dopo il debutto di Settignano sempre con Athos Ori si mise in scena al Teatro La Pergola di Firenze la commedia di Giuseppe Giacosa, 'Come le foglie' che fu un successo il pubblico, infatti, mi riservò il mio primo applauso a scena aperta che per me fu il vero segnale di via libera per la mia carriera. Con questa compagnia si partecipò a Roma al concorso nazionale di filodrammatica vincendo la finale tra noi ed una compagnia di Bari, a me diedero il premio come miglior attor giovane”. Consacrato dal teatro amatoriale Albertazzi dovette aspettare la fine della Seconda Guerra Mondiale per la consacrazione vera e propria come attore professionista, “Era il 1949 quando al Teatro del Maggio Musicale fiorentino partecipai alla rappresentazione della commedia di Shakespeare 'Troilo e Cressida' per la regia di Luchino Visconti, con Vittorio Gasman ed il meglio del teatro italiano di allora, era un evento unico pensi che erano presenti in sala più di 140 critici di tutto il mondo. Io ero l'unico attore fiorentino, interpretavo il ruolo minore del servo di Cressida, ma per me fu un onore che segnò il mio ingresso ufficiale nel mondo del teatro dei professionisti.” Da quel debutto sono passati sessant'anni un lasso di tempo che ha visto Giorgio Albertazzi affermarsi come grande artista che però non ha mai smesso di interessarsi dei suoi luoghi d'origine e ad osservarne i cambiamenti, “Ritorno sempre volentieri a Fiesole e Firenze, ritengo il Teatro Romano e il Teatro La Pergola i miei due palcoscenici naturali dove esibirmi. In questi anni ho assistito da spettatore ai dibattiti che ci sono stati sulle scelte urbanistiche di queste due amministrazioni, credo che in questi casi ci siano sempre due schieramenti quello dei conservatori e degli innovativi. Da buon architetto mi schiero con i secondi perché sono per una città viva e non che si guarda troppo al passato come fa Firenze. Accanto a grandi monumenti eterni sono d'accordo che ci debbano essere strutture nuove, non mi piace il concetto di città museo, io per esempio rifarei piazza della Signoria con il cotto rosso e naturalmente sono favorevole al passaggio della tranvia in piazza Duomo. Il teatro insegna che il contesto va rese vivibile in modo che risulti fruibile. A Milano ci sono eventi di continuo e mai tempi morti, io ho l'impressione dell'esistenza di una forma di abbandono culturale non di presenza, si parla, infatti, sempre della Firenze di ieri. Bisogna decidersi se fare una Firenze museale o una innovativa ed affidarla per esempio a due artisti fiorentini, Franco Zeffirelli e Giorgio Albertazzi, e qui mi fermo e chiudo l'intervista”.

sabato 1 agosto 2009

L'AMORE AL TEMPO DI FACEBOOK



Navigavo a vista quella sera, una sola certezza nel mare in tempesta dei miei pensieri era lei e solo lei e nient'altro che lei. Non era un ossessione ma una concreta aspettativa di vedere Anna quella fredda era d'inverno arrivare in scooter, come al solito in ritardo, salutarmi dal semaforo con sguardo beffardo e subito dopo parcheggiare sotto la pensilina della stazione di Santa Maria Novella a Firenze. Era un piacere avvicinarmi e vedere i suoi occhi, il suo sorriso, la sua bella bocca. Sapevo che quella sera sarebbe stato l'ultimo incontro con chi da circa un mese mi aveva dato la felicità, aperto una piccola fessura nel mio cuore inaridito da continue attese disattese, da speranze svanite in un addio o semplicemente in un telefono staccato. Lei invece esisteva era lì davanti a me. La vita a volte, anzi spesso, pone una persona di fronte ad un bivio e ci obbliga a fare delle scelte precise che mettono in gioco il tuo futuro, sai che dietro a quelle decisioni sta il cosiddetto avvenire che tutti inseguono nella speranza di una realizzazione di vita. Non sono mai stato un buon inseguitore. Proprio una settimana prima di uscire la prima volta con Anna mi era arrivata la notizia che avevo vinto una borsa di studio di sei mesi per un tirocinio giornalistico presso la sede delle Nazioni Unite a New York. Una botta di culo che, come si suol dire, ti capita una volta nella vita. Io piccolo giornalista pubblicista italiano sfruttato e bistrattato in patria per qualche mese tra i grandi del pianeta a cercare di capire, intuire, comprendere come vanno veramente le cose nel mondo e naturalmente a costruirmi un futuro. Mi sentivo un mito. Fu, infatti, uno dei primi discorsi che tirai fuori la sera del primo appuntamento con Anna, alle 10 in piazza Santa Croce di fronte la statua di Dante; arrivò con mezz'ora di ritardo e capii subito che la puntualità non era per niente il suo forte. Fu il primo di tanti piacevoli ritardi. Anna la conobbi una sera in un pub, quando reduce da una cena decisi di fermarmi in quel locale per salutare un mio amico. Lo confesso, quella sera ero piuttosto sbronzo e quando mi venne presentata la mia prima preoccupazione era stata quella di non dire troppe cavolate. Mi colpì subito la sua bella bocca e il suo sorriso ed il modo austero ma allo stesso tempo semplice di porsi. Stette poco perché il giorno dopo avrebbe dovuto lavorare allo studio veterinario dove svolgeva il tirocinio post laurea. Nonostante le mie precarie condizioni quel volto mi rimase impresso e il giorno dopo decisi di avvalermi, per cercarla, del più moderno e popolare mezzo di auto - esibizionismo attualmente in circolazione, cioè facebook. Decisi di cercare tra i contatti del mio amico e con un po' di fortuna la trovai. Le chiesi l'amicizia ed accettò. Il dialogo virtuale tra me e lei iniziò la sera stessa quando vidi che era nella chat. La contattai immediatamente. Non sapendo effettivamente che dire le chiesi, facendo il finto tonto, se era veramente lei visto che casualmente avevo notato la sua foto tra i contatti del mio amico . Mi smontò in due secondi dicendo che potevo pensarlo meglio l'approccio. Dopo una settimana di trattative ottenni il suo numero di telefono, dopo due il primo appuntamento. Non capivo se se la tirava, aveva il ragazzo o era semplicemente il suo carattere attendista, ma quell'uscita me la fece sudare. La sera del primo appuntamento andò bene, si parlò a lungo delle nostre vite, scoprii una ragazza dolce e in gamba che si batteva dignitosamente in un mondo, nel quale noi viviamo, cinico e pieno di ostacoli che in gergo si chiamano precariato e sfruttamento. Trovai in lei molte affinità mentali e caratteriali anche se notai un certo egocentrismo e narcisismo nel suo modo di essere, ma non sempre queste caratteristiche sono per forza negative, dipende da come si usano pensai. A non rendere perfetta quella sera mancò solo l'approccio, l'unico atto tattile che riuscii a chiedergli è stato quello di accarezzare i suoi capelli ondulati, colorati di un rosso ennè accattivante e sensuale. Per il resto mi trattenni a causa di un oscuro disegno mentale che mi ero fatto che consisteva nel convincimento che il momento giusto per baciare una ragazza fosse al terzo appuntamento. La seconda volta che uscimmo insieme è stata in occasione di una serata in pizzeria assieme ai nostri amici in comune. Lei arrivò in ritardo, quella volta ebbi la conferma dagli altri che era una sua consuetudine. Con una certa sorpresa vidi che non mi considerò molto, feci altrettanto dando più spazio agli altri, alla fine verso le 10 ci si congedò ed andai a casa. Arrivato nel mio appartamento, mi resi conto che ero leggermente febbricitante, accesi come d'abitudine il computer e mi collegai su facebook, Anna era lì. Fu lei a contattarmi chiedendomi se avevo voglia di prendere una birra. Non ci pensai su due volte, pazienza per la febbre, mi rivestii e corsi come un pazzo in scooter in
direzione di piazza Beccaria luogo dell'appuntamento. La serata scorse piacevole anche se alla fine non fu molto esaltante. Era quindi arrivato il momento del terzo e, per la mia mente, decisivo appuntamento. Gli proposi di andare al cinema ed alcuni titoli di film, me li bocciò tutti, ne propose uno lei ambientato in 'India, accettai. Questa volta non potevo fallire. Il film sull'India alla fine risultò migliore delle aspettative, subito dopo si cercò un posto dove andare a bere qualcosa ma era troppo tardi i locali erano tutti chiusi, tranne uno. Si trattava di un posto dove ballavano danze latino americane. Naturalmente non sapevo ballare, passammo infatti la serata a chiacchierare sino a quando un cameriere ci comunicò che erano in chiusura. Io ero già in mezza paranoia, non avevo baciato Anna. Il tragitto fu per me traumatico, a mano a mano che ci avvinavamo al posto dove avevamo parcheggiato gli scooter sentivo un battito di orologio sempre più forte, ad un tratto circa all'altezza del cinema quel battito divenne una campana. Mi fermai, lei notò la mossa si girò a quel punto la baciai. Non trattenni l'impeto e il risultato fu tutt'altro che romantico in quanto gli infilai praticamente tutta la lingua in bocca. Completamente sorpresa ed arrossita mi chiese il perché del bacio, le spiegai che era dalla prima sera che volevo farlo e la mia strana teoria del terzo appuntamento. Lei mi spiegò che se glielo avessi chiesto mi avrebbe baciato già dal primo incontro e visto che non lo avevo fatto mi aveva già inserito nella lista degli amici. Dentro di me mi sentii un cretino. Passammo due ore sui dei gradini dell'entrata di un palazzo a baciarci, il grande passo era fatto.
Ci incontrammo altre tre volte, la seconda di queste facemmo l'amore dopo una cena al ristorante ed una bevuta all'enoteca sotto casa mia. Nessuno faceva troppe domande all'altro, ma io ero felice così stavo bene assieme ad Anna. Ma il tempo inesorabile passava. Sapevo che sarei stato 6 mesi lontano da lei, ci conoscevamo da poco e non avevo il coraggio di chiedergli impegni. L'ultima sera, quella con cui ho aperto il racconto, gli regalai una piccola agenda con una dedica introduttiva e la richiesta di una promessa, quella di lasciarmi aperta una piccola porta del cuore. Lei acconsentì, le chiesi pure se voleva venirmi a trovare, rispose che ci avrebbe pensato. Quando ci si abbracciò l'ultima volta ci dicemmo un arrivederci. Il giorno dopo partii da Roma Fiumicino in direzione New York per la mia avventura americana. Dopo due mesi sono qua alla caffetteria del palazzo di vetro a scrivere questi appunti su un pezzo di carta. Anna non mi è venuta a trovare, mi disse che si era resa conte che per lei non ero importante e poco tempo dopo sciolse la sua promessa assumendosene la responsabilità. Non ho mai capito la logica di quel gesto, forse ci siamo presi troppo alla leggera, in fondo ci siamo conosciuti su facebook, ma a me quella persona mancava un casino. Il mondo che conta stava tutto attorno a me ma io con la testa non ero in quel mondo, quel mattino stavo aspettando un diplomatico iraniano per fargli un'intervista, era in ritardo. Alzai lo sguardo e immaginai il volto di Anna che dall'altra parte della sala mi fissava con la buffa espressione del viso che faceva quando sapeva di non essere puntuale. Una voce alle spalle mi riportò alla realtà, il diplomatico era arrivato, potevo iniziare la mia intervista, la vita va avanti.